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November 09

Oggi il blog chiude!

E' quindi tolta la facoltà di inserire commenti, di modo che il sottoscritto non possa essere insultato senza contraddittorio, sul weblog che non verrà ulteriormente aggiornato, ma che rimarrà comunque consultabile.

 

November 05

Picchiato dai no-global il padre di Matteo Vanzan, caduto a Nassirya

Cambiano i governi, ma non l'insulsa attività dei no global/antagonisti(chiamateli come volete..)
Stavolta per chissà quale scopo, con un vero e proprio raid attaccano i partecipanti del convegno sulle forze armate, in occasione del 4 novembre (festa dell'unità nazionale e delle forze armate, appunto), lasciando un occhio nero e tenta delusione(?) al padre di un nostro caduto in Iraq!
Ovviamente, il soccorso rosso, giungerà a  giustificare l'accaduto 
 
 
 
 
November 04

Lo strano concetto di concorrenza di Coop e del governo Prodi

 
Non vorrei apparire polemico, ma scorgendo un banner informativo, mi è saltata agli occhi la querelle che sta anteponendo due giganti italiani della GDO (grande distribuzione organizzata), Esselunga e Coop.
Il tutto è nato dalla campagna stampa posta in essere dalla Cooperativa in difesa dell'"italianità", per instillare ai destinatari della comunicazione, il timore di perdere uno dei pochi gruppi italiani dediti alla gdo, Esselunga, appunto.
 
Ora, posto che le fonti coop, siano da verificare, visto che Esselunga smentisce, sorge il dubbio che obiettivo della gdo rossa, sia, grazie anche ad interventi di esponenti dell'attuale governo (gli stessi che hanno liberalizzato la vendita dei farmaci nella gd, un fatto di per sè positivo, se non fosse per  pesanti pressioni di Coop) di manipolare il mercato, tramite le notizie di cui sopra, idonee ad influenzare il valore patrimoniale del concorrente, per acquisire Esselunga?
La questione è probabile andrà per le lunghe, anche perchè il patron Bernardo Caprotti, non va certo per il sottile... Intanto Esselunga denuncia la Coop.
 
E se la "difesa dell'italianità" fosse solo un pretesto?
Perchè il Governo scende a patti con un operatore del mercato, tra l'altro "vicino" ideologicamente?
Vi è conflitto d'interessi?
 
 
  
 
October 23

Ricordando le canaglie di Budapest del 1956

Ricorre in questi giorni l'anniversario della rivoluzione repressa da parte sovietica col sangue delle "Canaglie", i giovani e tutti coloro che osarono sfidare la potente tirannide dell'URSS.
Non potevo non onorarne la vita e soprattutto la morte degli stessi, per mano dell'ideologia comunista.
 
 
 
 
Non mi pare abbia mai chiesto scusa seriamente al popolo ungherese per quelle parole.
 (Si veda a proposito lo speciale del TG2)
 
 
 

Fallaci, i suoi libri al Laterano

Non mi sorprende la  notizia secondo la quale, tutto il patrimonio librario della scrittrice-giornalista scomparsa, è stato donato dalla stessa alla Pontificia Università Lateranense.
Perchè mai avrebbe dovuto cedere questi beni, alle istituzioni italiane che in poco più di un mese dalla morte stanno dimostrando quell'ipocrisia e faccia tosta che contraddistingue gli amministratori della cosa pubblica italiana...
 
 
October 22

Critichi l'Islam? Allora ti serve la scorta!

E' notizia recente quella secondo cui, al termine di un diverbio tra Daniela Santanchè di AN, autrice di un volume controverso sulla condizione femminile nell'Islam, e Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate, la stessa esponente di Alleanza Nazionale sia stata minacciata a tal punto, da dover vivere d'ora in avanti sotto scorta. E questo perchè?
Per aver contestato un certo atteggiamento sulla questione del velo portato dalle donne islamiche. 
Sorge spontanea una domanda. Probabilmente in Italia esistono certi individui che reputano la libertà di espressione un diritto esclusivo per se e non per chi esprime opinioni contrarie alle proprie... Qua infatti non si discute sulla bontà delle dichiarazioni dell'On. Santanchè, ma del suo diritto alla libertà di parola.
E soprattutto, come mai queste persone sono individuabili sempre in imam o esponenti (autoproclamatisi) di una data comunità territoriale islamica?
Cosa dirà l'Ucoii?
 
Magdi Allam, puntuale come sempre si è espresso così al riguardo:
 
 
October 18

I fascisti rossi contestano Pansa

 
 
Coloro i quali si fregiano di essere i tutori dell'antifascismo, e dunque della democrazia contestano Pansa e con slogan e insulti cercano di farlo tacere. Bella libertà di parola! 
 
Dopo le sinistre reazioni di cui sopra, sono sempre più convinto della bontà del mio ultimo acquisto. Indovinate un pò cosa?
 
 
“Don Domenico Gianni venne ucciso il 24 aprile 1945 da alcuni partigiani a Calderara di Reno, alle porte di Bologna. Era stato prelevato nella sua canonica, nella frazione di San Vitale. Il suo corpo venne abbandonato a pochi passi dal cimitero. Le ragioni dell’assassinio? Le racconta Giampaolo Pansa nel suo ormai notissimo libro 'Il sangue dei vinti' (pagina 286): “…lo accusavano di un’azione nefanda, durante un rastrellamento sul finire del 1944: l’aver indicato ai tedeschi le persone da catturare. Ma era un tragico equivoco. Don Gianni era stato costretto a salire sulla camionetta di un ufficiale delle SS e a girare per le strade del paese. Qualcuno lo vide e cominciò a dire che il prete era una spia dei nazisti. L’arcivescovo di Bologna, il cardinale Nasalli Rocca, gli consigliò di lasciare San Vitale e di riparare a Bologna. Il parroco obbedì. Poi, il giorno dopo la liberazione (che avvenne il 21 aprile), ritenne di dover ritornare alla canonica. Non aveva fatto nulla di male. E voleva ristabilire la verità dei fatti. Ma appena arrivò, lo presero e lo uccisero”.  
 
Per questa testimonianza (tratta da "Il sangue dei vinti") ed altre simili Pansa è stato contestato. Non per altro!
 
 
October 02

La Finanziaria di Prodi copia Topolino

Qua trovate i documenti segreti da cui il presidente del Consiglio della repubblica Popolare Italiana ha preso ispirazione, per i prorpi provvedimenti...
 
Da leggere!!!
 
 
 
 
September 22

I militari italiani nei campi di prigionia sovietici tra lavaggio del cervello e Resistenza

Tratto da il Mascellaro
 
del Prof.Prof. Alessandro Ferioli
Tratto dalla Rivista Marittima, A. CXXXVIII, n. 1 - gennaio 2005

In tempi recenti abbiamo registrato manifestazioni di rinnovata attenzione sui militari italiani caduti prigionieri in Russia, che si è concretizzata nella pubblicazione di memorie di reduci ed ha avuto in particolare due espressioni di alto livello: sul versante divulgativo la Mostra fotografica nella Rocca Sforzesca di Dozza, aperta dal 27 settembre al 26 ottobre 2003, con disegni e cimeli, allestita dall'Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia (UNIRR) in una versione più ampia rispetto a quella inaugurata a Milano nel 2001; su quello storiografico la pubblicazione del saggio di Maria Teresa Giusti, una studiosa che da tempo si dedica all'analisi dei documenti degli archivi dell'ex-URSS, ottenendone risultati proficui soprattutto in relazione allo sforzo propagandistico messo in atto dai sovietici.
[1]

Tenuto quindi conto anche dei risultati recenti, ritengo che meriterebbe di essere studiato più attentamente, e valutato sotto una luce diversa da quella usata sinora, il comportamento di un'aliquota non trascurabile di quei militari che nei campi di prigionia di Stalin attuarono una resistenza passiva di fronte alle sollecitazioni dei comandanti di campo e dei propagandisti politici. Se cerchiamo di parlarne in questa sede e di spronarne lo studio (compiendo anzi uno "sconfinamento"nei campi di prigionia dei cinesi nel corso della guerra di Corea) è perché la fermezza di costoro costituisce una fattispecie di condotta, pur nell'avversa sorte, ancora oggi esemplare per i giovani quadri di tutte le Forze Armate, ed al tempo stesso dimostra come non pochi militari seppero reagire egregiamente ad una forma di guerra per loro nuova (il lavaggio del cervello ) opponendo un netto rifiuto alle lusinghe della propaganda comunista, e mantenendo alta la dignità di soldati e di uomini.[2]

I prigionieri italiani in Russia di fronte alla propaganda comunista

L'aspetto più caratterizzante della prigionia nei campi sovietici è costituito senza dubbio dalla propaganda ideologica alla quale i prigionieri vennero sottoposti in maniera metodica e martellante.
[3] La propaganda in URSS, per qualità e per finalità, fu ben diversa dalle azioni psicologiche che normalmente tutti i governi - anche i più democratici - attuarono nel corso della guerra mondiale per convincere i prigionieri italiani della giustezza della causa Alleata, per provocare in loro sentimenti di ostilità verso il fascismo e verso i tedeschi, suscitare odio nei confronti di Mussolini, e conseguentemente per indurli a «cooperare» con la potenza detentrice per il raggiungimento del bene comune.[4]

Il carattere antifascista della propaganda nei campi sovietici - al di là della comprensibile esigenza di acquisire la maggior quantità possibile d'informazioni utili a combattere il nemico al fronte, e di utilizzare i prigionieri a tale scopo, il che comprendeva anche la sollecitazione a sottoscrivere appelli da radiotrasmettere o stampare in forma di volantini - giunse infatti ben presto ad identificarsi con l'intento di provocare l'adesione ideologica dei prigionieri al comunismo. Ciò aveva, nell'immediato, lo scopo di controllarli e gestirli con minor fatica nel corso della cattività, ma anche, secondo una previsione a lungo termine, quello di restituirli alla loro nazione convertiti al marxismo e, magari, inseriti attivamente nei servizi informativi dell'Unione Sovietica, con tutti i pericoli che ne sarebbero derivati per un Paese aderente al Patto Atlantico.

Per questi motivi la propaganda in Russia palesò subito di non limitarsi a combattere soltanto contro il regime fascista e la persona del Duce, ma bensì contro l'intero «sistema occidentale», la borghesia, la democrazia, il capitalismo e la religione, al fine di persuadere i prigionieri che unicamente il comunismo, una volta che fosse stato esportato dalla Russia nel resto d'Europa, avrebbe garantito a tutti la libertà, l'uguaglianza e il benessere materiale e spirituale. Questi furono gli slogan ripetuti più insistentemente: ed essi - per quanto inflitti a uomini già stanchi della guerra e stremati dalle marce di trasferimento e dal contesto ambientale dei campi - venivano comunque percepiti e incamerati, sedimentando nella mente del prigioniero; altri slogan, diversi e proposti a distanza di tempo, o frasi lette sull' Alba, o ascoltate dai conferenzieri, si sarebbero poi potute combinare con i concetti già assorbiti, anche per associazione di idee, e orientare così tutti i messaggi verso il fine desiderato, cioè quello di preparare uno stato d'animo favorevole alla potenza detentrice e permeato della sua stessa ideologia.

In questa ottica la prigionia, in quanto occasione per aderire al comunismo, assumeva paradossalmente l'aspetto di una liberazione (o meglio: di un'occasione per liberarsi) dai vincoli della società borghese, e il tempo trascorso in cattività non era da considerare come perduto, ma piuttosto utilizzabile per una maturazione personale. Bruno Cecchini, nel primo colloquio che ebbe con l'NKVD, si sentì dire dall'ufficiale: «Tu ora sei nella patria socialista; sei libero e non più succube della propaganda fascista».
[5] Si proponeva insomma un rovesciamento delle certezze, dall'effetto straniante: «Oggi per la prima volta nella loro vita - scriveva L'Alba , il giornale dei prigionieri di guerra - decine di migliaia […] che si trovano prigionieri nell'Unione Sovietica, sono messi nella condizione di pensare liberamente […] trovano qui, nella prigionia di guerra, la libertà di pensare con la propria testa e di parlare».[6] Anche i convertiti al comunismo, nei loro interventi pubblici, puntavano l'attenzione sulla libertà offerta da quell'ideologia: una libertà democratica «più alta e completa» rispetto alle «libertà democratiche elementari» vigenti nell'Inghilterra e negli USA.[7]

La suddetta maturazione veniva sollecitata attraverso le tecniche dell'interrogatorio e della discussione. L'interrogatorio, effettuato spesso di notte, non verteva tanto su argomenti d'interesse militare (che avrebbero indotto il prigioniero al silenzio) quanto piuttosto su opinioni e valutazioni in merito alle vicende generali belliche o della vita in Italia. L'esame mirava a inquadrare "socialmente"il prigioniero, individuando attraverso la conversazione gli elementi essenziali d'uno stile di vita borghese o proletario. La precisione delle domande inerenti le proprietà personali è significativa: Bruno Cecchini venne ravvisato come «borghese e capitalist» perché in Italia abitava con la famiglia in una dignitosa casa in muratura, a due piani, e perché proprietario di una bicicletta regalatagli dal padre per andare a scuola a Porretta.

I risultati dei colloqui, mirati anche a individuare l'orientamento politico del prigioniero e il grado di malleabilità alla manipolazione psicologica, venivano attentamente confrontati con le informazioni raccolte da squadre di delatori scelti fra gli stessi prigionieri (che riferivano le confidenze dei colleghi e i commenti ascoltati durante la lettura collettiva dell' Alba ), ma anche dal controllo delle cartoline scritte alle famiglie e della posta giunta da casa: lo studio della corrispondenza e degli appunti personali (anche dei morti) era basilare per cogliere i problemi che più stavano a cuore agli italiani, dall'andamento della guerra alla situazione attuale e futura del loro Paese.
[8]

Le attività culturali finalizzate alla propaganda

Le attività culturali consistevano nella lettura di testi del comunismo (taluni campi, come quello di Suzdal, avevano anche una biblioteca), in conferenze e relazioni, oltre che nella lettura del periodico L'Alba e dei giornali murali dei campi, ai quali peraltro era anche possibile collaborare. Per quanto riguarda L'Alba , controllato dai fuoriusciti politici italiani, è significativo il fatto che nel primo periodo della sua esistenza non richiedesse la collaborazione dei prigionieri, mentre a partire dal maggio 1943 sollecitò apertamente i lettori ad inviare articoli, commenti e note umoristiche: ciò si dové in parte all'esigenza di rendere il periodico maggiormente popolare fra gl'internati (come hanno sempre sostenuto i redattori), ma soprattutto allo scopo di soddisfare una duplice necessità: da un lato quella di coinvolgere in maniera sempre più attiva e "compromettente"coloro che avevano dichiarato di aderire al comunismo, rendendo in tal modo sempre meno revocabile la loro scelta (ricordo a tal proposito che nell'imminenza del rimpatrio i convertiti scrissero diligentemente pubbliche attestazioni di riconoscenza e dichiarazioni di ammirazione verso Stalin); dall'altro quella di usare i prigionieri più deboli per rendere i messaggi ideologici più credibili presso la massa.

Alle attività anzidette seguivano i dibattiti, generalmente condotti a piccoli gruppi, se possibile con la guida di un prigioniero di fiducia del comando del campo. Ciò aveva lo scopo di rendere il prigioniero partecipe attivamente dell'opera di rieducazione politica , costringendolo a ripetere più e più volte a voce alta lo svolgimento delle vicende che l'avevano avuto come protagonista, allo scopo di insinuargli pesanti dubbi sulla propria vita trascorsa e giungere, insieme con gli altri, alla conclusione che tutte le sofferenze patite erano riconducibili al carattere deviato del sistema politico-sociale in cui gli italiani erano cresciuti.
[9] I «potenziali simpatizzanti» venivano curati scrupolosamente, come un buon insegnante fa con gli alunni a scuola: prima veniva chiesto loro di esporre le proprie idee in un articolo per il giornale; poi il pezzo veniva restituito loro, con la soppressione di alcune frasi e le indicazioni su come raffinare meglio i concetti; infine li si faceva giungere quasi naturalmente alle conclusioni preordinate.[10]

Un'altra caratteristica dell' indottrinamento era la possibilità, che veniva data a coloro che si convertivano al comunismo, di emergere dalla massa, migliorando la propria condizione materiale (a cominciare dal rancio più consistente, per quanto la fame fosse talmente cronica da rappresentare un problema anche per gli ufficiali sovietici) e ottenendo incarichi di fiducia. La propaganda che mira a produrre mutamenti durevoli delle convinzioni dell'individuo si basa sull'osservazione del progresso compiuto dal soggetto nella direzione voluta, e nel pubblico riconoscimento, anche in termini di soddisfazione personale, per incentivare il soggetto a progredire ancora di più. Alcuni prigionieri scarsamente istruiti impararono a leggere e scrivere nei campi sovietici, o presero il piacere della lettura (o meglio: delle letture marxiste), o impararono a parlare in pubblico e a dibattere su argomenti dati con risultati gratificanti.

I più restano fedeli al giuramento

Un altro dei passaggi, essenziali quanto striscianti, della propaganda sovietica consisteva nell'indurre i prigionieri a dichiararsi , ovvero a esprimere in ogni caso pubblicamente le proprie opinioni in merito a questioni che andavano dall'antifascismo alla validità del comunismo. Questo era lo scopo immediato dei dibattiti e delle pubbliche conferenze (al termine delle quali si sollecitavano domande), della richiesta di collaborazione alle attività culturali e giornalistiche, delle proposte di sottoscrizione di appelli o messaggi agli italiani, anche contro la monarchia (che pur rappresentava lo Stato) e per la cessione di Trieste alla Jugoslavia (in un'ipotesi quindi di mutilazione territoriale dell'Italia a vantaggio di un altro Stato sovrano). Per questi motivi L'Alba veniva distribuito nella quantità di una copia ogni dieci prigionieri, costringendo di fatto alla lettura collettiva e allo scambio di opinioni.
[11]

Dichiararsi antifascista era in effetti per molti un gesto spontaneo, visti i risultati d'una campagna militare organizzata in modo scellerato, e soprattutto a partire dal settembre 1943, allorquando l'Italia non era più nemica dell'URSS. Fu proprio a quel punto però che i commissari politici cominciarono a richiedere di più. Verso la fine di novembre, nel corso di un interrogatorio, al sergente del Genio Luigi Venturini fu proposto il rimpatrio a Bari a condizione che, dotato di una ricetrasmittente, egli inviasse poi notizie sulle forze americane usando i codici e i contatti forniti; in cambio gli si offriva una buona paga. Il sottufficiale capì l'antifona e rispose di sentirsi legato al giuramento prestato e di non volere rimpatriare per fare la spia. Per questo diniego fu maltrattato e costretto a sottoscrivere di essere consapevole che la rivelazione di quanto si era detto gli sarebbe valsa un processo. Un invito analogo venne rivolto al cappellano Carlo Caneva, che dopo aver rifiutato fu obbligato a firmare un impegno scritto di mantenere il silenzio.[12

Un non vasto gruppo di irriducibili oppose tuttavia un'accanita resistenza alla propaganda ideologica sovietica, rifiutando sempre di aderire alle varie iniziative proposte, sollecitando gl'incerti a fare altrettanto, ricordando agli smemorati il trattamento ricevuto dopo la cattura e i doveri giuridici dell'ufficiale prigioniero, e giungendo persino a minacciare i delatori. La resistenza morale di costoro - basata sui principi dell'etica professionale del militare, e portata avanti in una situazione ambientale di grave pericolo, poiché tra le priorità delle esigenze di indottrinamento v'era anche l'eliminazione degli indocili - fece da argine alle adesioni.

Il sottotenente Bruno Cecchini racconta di un giuramento segreto a Suzdal. L'idea partì da un gruppo di ufficiali per rinforzare la volontà di non cedere, e si trattava in effetti piuttosto d'un rinnovamento del giuramento prestato all'atto della nomina: esso era trasmissibile a un solo altro collega nel quale si avesse completa fiducia, ed impegnava a restare sempre e comunque fedeli soltanto alla Patria e al Re, anche a costo della vita, nella convinzione che solo il legittimo Governo italiano potesse sciogliere dall'impegno solennemente preso, e che non si potessero prestare nuove promesse o adesioni in terre straniere. Il giuramento solenne, seguito da un saluto militare e da una stretta di mano, fu dunque questo: «Solo prigioniero e basta, fino al nostro rientro in Patria o alla morte; lo giuro come ufficiale del 3° e davanti a te e al nostro Iddio, lo giuro».

L'opera dei resistenti sfociò spesso in scontri aperti con i commissari politici. Nella primavera del '44, al termine di una conferenza, un fuoriuscito italiano parlò dell'importanza di firmare un appello dal contenuto filocomunista; qualcuno obiettò di non poterlo fare perché legato al giuramento, ma a troncare la discussione fu il generale Battisti esclamando: «Io non firmo ed esco». Così fece, e tutti seguirono il suo esempio; dopo qualche giorno partì per destinazione ignota. Anche Padre Alegiani fu prelevato e spedito a Mosca con accuse del tutto infondate, e così Padre Giovanni Brevi e tanti altri. Taluni rimpatriarono soltanto nel 1954; altri pagarono con la vita la fedeltà al giuramento.
[13]

Il lavaggio del cervello sui prigionieri dei cinesi nella Guerra di Corea

Gli studi sui prigionieri italiani in Russia - anche gli ultimi in ordine di tempo - nell'affrontare la questione del sistema di persuasione usato dai sovietici presentano però un limite comune: quello di mantenere il discorso del tutto isolato rispetto ad altri contesti in cui stati comunisti si trovarono a detenere prigionieri di guerra. Una ricerca comparativa di esperienze diverse di prigionia presso governi comunisti metterebbe in evidenza la continuità e le costanti nelle tecniche di manipolazione mentale in uso presso quei paesi, e illuminerebbe meglio vicende che sono ben lungi dal limitarsi al periodo 1940-'46. A tal proposito disponiamo già di studi, condotti con approccio sociologico sufficientemente sicuro, sulla prigionia dei militari delle Nazioni Unite presso i cinesi nel corso della guerra di Corea.

La psicologia sociale, che da oltre un secolo studia i comportamenti dell'individuo in relazione agli ambienti sociali in cui si trova, e i processi motivazionali e cognitivi nell'interazione umana di ogni tipo, dalla metà del Novecento si occupa proficuamente dell'analisi dei meccanismi del tentativo di persuasione , che spinto nelle sue forme estreme prende appunto il nome di lavaggio del cervello
[14] . Furono proprio i lunghi colloqui avuti con piloti e marinai statunitensi restituiti dalla prigionia nei campi cinesi a fornire, nei primi anni '50, la base per gli studi intorno alle tecniche (nelle quali i cinesi si erano dimostrati maestri) mirate a determinare mutamenti di convinzioni interne, durevoli e ben più profondi di quanto non possa essere, ad esempio, l'adesione o il conformismo dettato da mere ragioni di sopravvivenza (con la cessazione delle quali si ripristina lo stato di "normalità").

D'altro canto si voleva fornire una spiegazione alle varie forme di collaborazione col nemico (accompagnate dal ripudio della società borghese e conseguente "conversione"al comunismo) che - per quanto si fossero verificate in quantità trascurabile - colpirono molto l'opinione pubblica, poiché investivano direttamente il principio della fedeltà alle istituzioni. Gli studi di Edgar H. Schein sui sistemi di propaganda dei cinesi
[15] hanno messo in rilievo l'impiego di tecniche analoghe a quelle usate sui nostri soldati in Russia e non necessariamente connesse alla violenza fisica: l'annuncio di una "liberazione"e della possibilità di unirsi finalmente all'esercito della pace; le terribili condizioni di vita, migliorabili però a mano a mano che il prigioniero dimostra di aderire all'ideologia che gli si offre, sino a giungere a un sistema di premi e punizioni;[16] il controllo capillare delle idee, attraverso la censura e le spie abilmente disseminate nel campo; l'isolamento dei recalcitranti, bollati come reazionari e fascisti ; l'approccio pedagogico alla conversione, indotta attraverso interrogatori, colloqui, letture, conferenze con dibattito conclusivo.

Gli studi di Robert J. Lifton
[17] hanno portato alla definizione di otto criteri, alcuni dei quali possono essere agevolmente applicati anche allo studio della prigionia in Russia: ricordo in particolare il controllo del milieu , ovvero dell'ambiente e delle comunicazioni che in esso si svolgono; il metodo della confessione , cioè l'abbattimento dei confini personali con relativa esplicitazione di ogni pensiero o azione non conforme alle regole del gruppo; la presenza di dogmi inattaccabili e indiscutibili, a partire dai fondamenti del marxismo, senza spazio per punti di vista alternativi; la pregnanza del linguaggio , comprensibile in certe forme soltanto agli iniziati; l'annullamento della persona e dell'individualità di fronte alla dottrina, e superiorità di quest'ultima sulla coscienza individuale; la dispensazione del diritto all'esistenza , ovvero il principio secondo cui gli irriducibili alla propaganda, o i critici, non abbiano diritto di esistere.

Conclusioni

Per quanto usate il più delle volte in maniera grezza, vanificate dalla mancanza di coordinamento tra gli ufficiali dell'NKVD e i commissari italiani, e frustrate dalla soverchiante penuria delle condizioni di vita nei campi (e più ancora nel resto dell'URSS, di cui gli italiani poterono avere esperienza diretta), le tecniche del lavaggio del cervello furono ampiamente messe in opera nei campi di prigionia sovietici nel corso della seconda guerra mondiale. Alcuni non riuscirono a reagire ad esse; abbracciarono il comunismo, e per decenni fecero le loro comparsate ai processi e ai convegni per cercare di ridurre le responsabilità dei fuoriusciti politici. Altri probabilmente operarono come spie al servizio dell'Unione Sovietica. Altri ancora invece (e furono i più) reagirono fermamente nei campi a qualsivoglia tentativo di indottrinamento; seppero mantenere molti compagni sulla strada della lealtà al giuramento, e con ciò contribuirono, con la loro pietruzza, a gettare le fondamenta dell'Italia del dopoguerra. Cioè di un Paese democratico.



NOTE:
1 Maria Teresa Giusti, I prigionieri italiani in Russia , Il Mulino, Bologna, 2003. Per quanto riguarda la produzione saggistica e la memorialistica sulla prigionia degli italiani in Russia, mi limito a ricordare il repertorio più recente: Alessandro Ferioli, «Bibliografia dei prigionieri in Russia», in Archivio Trentino , n. 1/2004. I documenti iconografici più interessanti della Mostra sono riprodotti in: L'Alpino imolese , n. 2/2003. Per quanto riguarda in generale la partecipazione dei marinai alle operazioni in Russia: Ufficio Storico Marina Militare, Attività in Mar Nero e Lago Ladoga , 3a ed., USMM, Roma, 1972, e Archimede Palazzo, Eroi d'Italia fra Ladoga e Mar Nero , Gastaldi, Milano, 1952.
2 Possiamo definire la propaganda come tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti del propagandista (cf. Garth S. Jowett, Victoria O'Donnel, Propaganda and persuasion , Newbury Park, Sage, 1986). A rendere la propaganda più o meno pervasiva è il grado di distorsione e di pressione psicologica - cioè di manipolazione - che essa esercita. Per i concetti generali di propaganda cf: Denis McQuail, v. «Propaganda» , in Enciclopedia delle Scienze Sociali , Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991-'97.
3 In questo contributo non tratteremo delle condizioni generali nelle quali i prigionieri italiani dovettero adattarsi a vivere, stretti dalla morsa del freddo, della fame e della sete, stremati dalle lunghe marce, dai trasferimenti in treno, dal sovraffollamento in sistemazioni di fortuna (talvolta in lager interrati o in scuderie in disuso): si trattava di circostanze più imposte dal clima e dalla penuria cronica che volute intenzionalmente, e abbastanza comuni a larghi strati della popolazione russa: metterle da parte per un po' ci consentirà di comprendere meglio gli spietati e inquietanti metodi di lavaggio del cervello .
4 Tali erano ad esempio le finalità della propaganda inglese nei campi di prigionia in India, che certamente non si faceva scrupolo di usare le tecniche più sottili per conseguire i suoi scopi. Si ritiene tuttavia che i governi democratici, pur senza rinunciare alla "manipolazione", rispettino un minimum di principi democratici.
5 Bruno Cecchini, Il celoviek bersagliere: Memorie di prigionia , inedito, per g.c. della Signora Luisa Cecchini (alcuni stralci sono riprodotti nel sito dell'ITC Leopardi di Bologna: <http://itcleopardi.scuolaer.it>.
6 Da L'Alba , n. 1 (10-2-'43). L'Alba , in lingua italiana, venne realizzato a partire dal febbraio '43, e fu stampato in circa 5-7000 copie sino al 15 maggio 1946 (n. 144). Le copie anastatiche sono in: L'Alba: per una Italia libera ed indipendente: giornale dei prigionieri di guerra italiani nell'Unione Sovietica , ristampa a cura dell'Istituto storico della Resistenza di Cuneo, Cuneo, 1975. Cf. anche Giusti, Op. cit. , pp. 137-142.
7 Cf. L'Alba , n. 40 del 15-1-'44. Ancora: «Levarsi la benda dagli occhi, liberarsi le gambe dalle catene che ci hanno impedito ogni passo verso la libertà di vita e di pensiero», ammoniva il soldato Ferreri ( L'Alba , n. 15 del 20-7-'43); «Da due anni che ci troviamo in Russia ci è apparsa la grandezza di questo popolo - garantiva il sottotenente Angelo Molinari - ed abbiamo capito che le radici di questa grandezza stanno nelle libertà e nell'uguaglianza che si respirano nell'aria» ( L'Alba , n. 16 del 27-7-'43).
8 Ciò trova conferma nel fatto che diversi testimoni raccontano di avere rinvenuto, allorquando furono comandati in servizio di pulizia nei locali del comando del campo, mucchi di cartoline a loro precedentemente fatte compilare per la spedizione a casa, e poi mai uscite dalla baracca-comando: erano evidentemente state fatte scrivere per poi studiarle ai fini del lavaggio del cervello .
9 Ad aumentare l'effetto di straniamento contribuiva l'applicazione abituale del rovesciamento delle gerarchie , consistente nello scegliere i prigionieri a cui affidare compiti di comando o di gestione non in base al grado militare ma all'avanzamento nel percorso di maturazione ideologica: capitava così che un graduato di truppa o un sottufficiale inquadrasse o punisse degli ufficiali, o che ufficiali subalterni impartissero ordini a quelli superiori.
10 Carlo Vicentini, Noi soli vivi: Quando sessantamila italiani passarono il Don , Cavallotti, Milano, 1986, p. 216 passim . La tecnica sfruttata era chiaramente quella del principio di coerenza : fatto uno o più passi in una determinata direzione, non si poteva poi non seguire quella direzione. Per quanto riguarda il testo scritto - strettamente collegato alla coerenza - esso era importantissimo per testimoniare che l'atto di adesione c'era stato, e al tempo stesso per legare il prigioniero a quell'adesione.
11 Settimo Malisardi, Presente alle bandiere , Bologna, APE, 1976, pp. 171-172,
12 Luigi Venturini, La fame dei vinti: Diario di prigionia di un sergente della Julia in Russia , Gaspari, Udine, 2003, pp. 128-129, e Carlo Caneva, Calvario bianco , Grafica Friulana, Udine, 1967, p. 71. Qualcuno doveva aver pensato anche all'introduzione nelle nuove Forze Armate italiane di una sorta di commissario politico, o meglio «istruttori politici […] particolarmente adatti a svolgere una intensa opera di agitazione e di educazione presso i reparti» (intervento del maggiore s.p.e. Walter Berardi su L'Alba , n. 67 del 23-7-'44). Non sapremo però mai la portata dei danni che, nel dopoguerra, spie arruolate e addestrate a operare in segreto possono avere provocato all'Italia e alla NATO.
13 Le vicende di coloro che furono rimpatriati soltanto nel 1954 sono raccontate in: Francesco Bigazzi e Evgenij Zhirnov, Gli ultimi 28: La storia incredibile dei prigionieri di guerra italiani dimenticati in Russia , Mondadori, Milano, 2002.
14 L'espressione lavaggio del cervello (traduzione di brainwashing, dal cinese hsi nao ) proviene dal titolo del libro di Edward Hunter, Brainwashing in Red China, Vanguard, New York, 1951, nel quale a partire dall'esperienza dei prigionieri delle Nazioni Unite in Corea si cercava di spiegare - in maniera intenzionalmente un po' inquietante e tutt'altro che scientifica, strumentale al macartismo - la tecnica che permetterebbe di svuotare la mente dei prigionieri e riempirla con altre e diverse idee. Detto metodo, utilizzato nei campi cinesi sin dal 1949, sarebbe stato svelato da un manoscritto segreto dello scienziato russo Ivan Pavlov, la cui esistenza peraltro non è mai stata dimostrata: esemplificativo delle suggestioni del periodo è il film di John Franckenheimer, The Manchurian candidate , una produzione USA del 1962 con Frank Sinatra, Laurence Harvey, Angela Lansbury et alii . Per il problema in quegli anni cf. Joseph Zack Kornfeder, Brainwashing and Senator McCarthy , Alliance, New York, 1954. Il più recente studio italiano, che affronta il problema anche in relazione alle sette religiose, è quello di Massimo Introvigne, Il lavaggio del cervello: Realtà o mito? , Elledici, Leumann (Torino), 2002. Sulle condizioni di vita nei campi cf. Charles Howe, Il campo degli uomini perduti , Baldini & Castoldi, Milano, 1966.
15 Edgar H. Schein, «Reaction patterns to severe, chronic stress in American Army prisoners of war in the Chinese Republic», Journal of sociological issues , n. 3/1957; Edgar H. Schein, Curtis H. Barker, Inge Schneier, Coercive Persuasion: A socio-psychological analysis of the "brainwashing"of American civilian prisoners by the Chinese Communists , Norton & Co., New York, 1961.
16 In molti casi - in Russia come in Corea - i "premi"promessi non venivano concessi, stante anche il disprezzo che i popoli asiatici dimostrano nei confronti dei traditori e dei servitori dei propri aguzzini.
17 Robert Jay Lifton, Thought Reform and the Psychology of Totalism: A study of "brainwashing"in China, London, New York, 1963. Cf. anche Margaret Singer, Cults in our midst, Jossey-Bass, San Francisco, 1995.
 
 
September 21

“Fucilateci in pubblico”

L’ultimo desiderio dei tre cattolici condannati a morte 
 
 
Perchè questi carnefici non chiedono perdono alla Chiesa per l'uccisione di coloro che dall'islam si convertono al Cristianesimo? Perchè i "cattolici adulti" non si sentono, e non scendono in campo?
Saranno stati pur coinvolti negli scontri contro gli islamici, ma come mai, non sono stati processati e condannati alla medesima pensa, i musulmani, che hanno partecipato ai medesimi scontri?
E in Italia? Quasi nessuno si fa sentire. D'altra parte Prodi si degna di parlare, senza risultati, solo con Ahmadinejad....
 
di Benteng Reges
Lo ha riferito il figlio di Tibo, dopo l’ultimo incontro con il padre: “In questo modo saranno soddisfatti coloro che ci vogliono uccidere”. I tre indonesiani verranno giustiziati stasera dopo mezzanotte, senza che il presidente Susilo abbia mai risposto alla loro seconda richiesta di grazia.

Palu (AsiaNews) – Vogliono essere giustiziati in un luogo pubblico, all’aperto, i tre cattolici indonesiani condannati per il massacro di numerosi musulmani durante il conflitto interreligioso di Poso, Sulawesi centrali, nel 2000. La volontà di Fabianus Tibo, Dominggus da Silva e Marinus Riwa, è stata riferita ieri dal figlio maggiore di Tibo, Robert: “L’esecuzione deve avvenire in un’area pubblica, in modo da soddisfare coloro che vogliono la nostra morte”.

La fucilazione dei tre cristiani, di cui anche Benedetto XVI ha chiesto la salvezza, avverrà subito dopo la mezzanotte di oggi, nei primi minuti del nuovo giorno. Il caso di “Tibo e compagni” ha attirato l’attenzione internazionale: il processo che li ha condannati alla pena capitale è stato viziato da procedure illegali, come testimoni non ascoltati e prove non accettate dai tribunali.

I familiari dei tre detenuti si sono recati ieri al carcere Petobo, Palu, per l’ultima visita. Con loro anche p. Jimmy Tumbelaka, della diocesi di Manado, e due degli avvocati del gruppo Padma, che ha curato la difesa: p. Norbert Bethan e Stephen Roy Rening. Quest’ultimo ha ribadito per l’ennesima volta che l’esecuzione di domani è “contraria alla legge, visto che i condannati aspettano ancora la risposta ufficiale del presidente Susilo Bambang Yudhoyono, al quale hanno sottoposto la seconda richiesta di grazia”.

I tre cattolici, inoltre, hanno espresso il desiderio che le loro bare siano esposte al pubblico nella cattedrale St. Mary di Palu. Tibo e Riwu saranno sepolti nel villaggio di Beteleme a Morowali, Poso, mentre da Silva farà ritorno al suo villaggio natio nella provincia di East Nusa Tenggara. “Lasciate che del mio corpo se ne occupi la mia famiglia – è l’ultimo desiderio di  Tibo - e non l’Ufficio del procuratore”.

“Il plotone d’esecuzione è stato scelto – riferisce p. Tumbelaka – il luogo e l’ora fissati. Ogni possibile cambiamento ormai è nelle mani di Dio”. In vista della fucilazione, che nei mesi precedenti ha suscitato grandi manifestazioni di protesta nel paese, le autorità carcerarie hanno innalzato le misure di scurezza nella prigione Petobo. Non si fermano infatti le critiche alla decisione dei giudici. Secondo Usman Hamid, capo della Commissione per le vittime delle violenze (conosciuta come KONTRAS), “uccidendo i tre lo Stato viola i diritti umani e impedisce che si faccia luce sui veri responsabili di quegli scontri”.

 

 
September 18

Prodi: si' a fine embargo armi Cina

 Ma e' polemica: Prc contro, riserve da commissione Ue (ANSA)-PECHINO, 18 SET-
 "L'Italia e' a favore della fine dell'embargo delle armi alla Cina": lo ha detto Romano Prodi nella conferenza stampa a Pechino. Il premier ha detto che si impegnera' in sede europea ma e' gia' polemica anche dentro l'Unione. "Non siamo assolutamente d'accordo", avverte Martone (Prc). Ma anche la Commissione Ue fa sapere di mantenere le proprie riserve sul caso. Proteste anche nella Cdl: "complimenti" commenta ironica Paoletti-Tangheroni (Fi); "proposta oscena", fa eco Gasparri (An).
 
 
 
Sempre a proposito di Cina, è di qualche giorno fa la notizia delle contestazioni dei pacifinti, ad Harry Wu, perseguitato nella sua Cina dal regime comunsita, e colonna portante del Centro di Ricerca sui Laogai. 
 
Se Harry Wu fosse reduce da un lager nazionalsocialista sarebbe un eroe, il suo nome universalmente conosciuto, le sue testimonianze note in tutto il mondo e pubblicate dalle principali case editrici. Invece Wu è sì un eroe, ma sconosciuto, dato che non è ancora politicamente corretto svelare i crimini comunisti (in questo caso cinesi...Bisogna farci affari..).
Che dire, per i PACIFINTI i difesnori dei diritti umani sono da condannare, se denunciano i soprusi comunisti.
 

Il Papa, solo contro l'Eurabia!

 
 Mi trovo di nuovo a dover parlare degli ingobili attacchi al Papa, di questi giorni, e mi domando, dove sono tutti quegli italiani, e non, politicamente corretti, che all'epoca delle vignette satiriche nei confronti dell'Islam, inveirono contro Calderoli? Ora, che gli islamici danno del maiale al Papa, l'Europa e l'Italia che fanno? Semplicemente finta di nulla, a parte qualche dichiarazione (serviranno a qualcosa?). Dove sono i cattolici "adulti" e tutti coloro che condannavano la Fallaci? Nascondono la testa facendo gli struzzi? Possibile che solo un'"atea cristiana" possa difendere il Papa?
Chiedere scusa poi, perchè effettua il suo Magistero?
 
 
 
 
 
 
 
Nel frattempo, passata sempre quasi sotto silenzio si scopre che, in rappresaglia, alle parole male interpretate del Papa, una suora è stata uccisa in Somalia.
 
 
 

 Il loro disegno sarebbe quello di impadronirsi del «Villaggio del fanciullo» dove lavorava, l'unica scuola non coranica del Paese